Venerdì 25 Ottobre 2002

 

ELZEVIRO Citati rivisita l’Odissea

Portaci, Ulisse ai confini del tempo

di GIORGIO MONTEFOSCHI

C i sono due modi - sostiene Pietro Citati nel suo ultimo, bellissimo libro: La mente colorata (Mondadori) - per leggere l' Odissea . Il primo è quello di considerare questo poema come un grande sistema di relazioni, nel quale i temi e le scene si illuminano e si rispecchiano. Il secondo, necessario, stando a Citati, «se non vogliamo correre il rischio di capire troppo poco», è quello di leggere e rileggere l' Odissea fino a che non diventiamo noi stessi l' Odissea e Omero, noi stessi Penelope e Circe, Polifemo e Ulisse; siamo le loro sensazioni, la loro anima: siamo loro. E proviamo, nella «certezza gioiosa provocata dalla immedesimazione simultanea della lettura» - quella immedesimazione felice che conoscono le letture dell'infanzia - lo stesso piacere totale che esiste nel mangiare e nel bere, nell'amore e nella danza. E nell'ascoltare la poesia. Perché è vero che la poesia contiene in sé, oltre a una dolcezza incommensurabile, anche la morte; ma questa morte è l'ultimo oblio, un perdersi definitivo a noi stessi: dunque, una morte che garantisce una rinascita. L' Odissea , scrive Citati, è un libro misterioso. E' apparentemente semplice. Così come apparentemente semplice è la psicologia dei suoi personaggi. E' un libro, invece, costruito secondo una «struttura sinfonica», nella quale i vari temi e i vari tempi si intrecciano e si sovrappongono, «per poi riunificarsi tutti nel racconto». Il libro che nutre tutta la letteratura occidentale fino a Tolstoj e Proust. Nel quale, continuamente, cogliamo non soltanto parole e versi, bensì veri e propri «segni divini». I segni segreti nascosti nella luce meridiana del mare e nel buio delle grotte; nelle apparizioni e nel volere capriccioso degli dèi; nella notte: questa notte eterna del racconto, mentre Demodoco canta, i Feaci ascoltano, Ulisse ascolta e racconta; nei silenzi e nel sonno di Penelope; nella luce livida dell'Ade; nelle tempeste; nel canto delle Sirene; in un letto costruito con un albero d'ulivo. Sono i segni segreti che le Muse, custodi di «un immenso tesoro di conoscenza», nonché della memoria del passato, e della »memoria del futuro» fanno scendere nell'animo del poeta e, attraverso la sua poesia - pur nei limiti umani della forma - nel cuore dell'uomo.
Dobbiamo interpretarli, senza timore di non capirli, questi segni: come talvolta accade a Ulisse. La loro interpretazione, la loro conoscenza vigile, la non-morte alla poesia, consente la nascita del racconto.
Ulisse è il racconto. «Nessun eroe omerico», dice Citati, «ha la sua curiosità, il suo amore di esperienza». Sono gli elementi fondamentali del romanzo: gli scrittori, infatti, scrivono in primo luogo per conoscere ciò che non sanno. Quando la mente di chi racconta ha molte forme e colori, conosce le passioni e le fatiche del corpo, i terrori più alti e più vili, sa cos'è la nostalgia e china il capo davanti al volere arbitrario degli dèi, non si ferma di fronte a nessun confine tanto da essere sempre «altrove» e mette sempre tutto alla prova e in dubbio, allora la narrazione è il mondo. E' come un immenso magazzino dei sentimenti e dell'avventura, nel quale sappiamo di poterci abbandonare e perdere perfino, perché in fondo scorgiamo una luce ferma: quella della casa, del ritorno. Questa luce appartiene alla «religione della casa», come la chiama Citati, che ha illuminato il romanzo moderno fino all'Ottocento e oltre. Nella casa - fino agli ultimi versi di Attilio Bertolucci - il letto costruito nell'ulivo sta come il centro immutabile del mondo.
Il tempo, nella lettura che Citati fa dell' Odissea , è il grande protagonista del racconto. Ulisse è un uomo e vuole rimanere uomo e Itaca è il regno del qui e dell'ora. Quando le navi fanno naufragio al capo Malea, egli entra nel mondo sconosciuto della immaginazione e del mistero, sottratto alle leggi dell'uomo. Qui, incontra maghe e ninfe divine che vorrebbero dargli l'immortalità; mostri, come Polifemo, che appartengono all'età dell'oro; un popolo, i Feaci, che vive in un'isola che è nel tempo e insieme fuori del tempo; e i morti, nell'Ade, che il tempo non lo vivranno mai più. Ulisse ne ha orrore. Lui vuole il tempo: sua moglie, Itaca; rifiuta l'immortalità. Ma l' Odissea è un continuo entrare e uscire dal tempo: un continuo confronto dell'uomo con il tempo; una sfida continua a valicare i limiti del tempo.
Con quanta sapienza, Pietro Citati dà luce a questo immenso racconto del tempo, che non finisce mai di incatenare il cuore dell'uomo. Conosce il significato profondo delle omissioni omeriche; sa che sette anni in un'isola possono essere racchiusi in un verso, e che a un addio fra due amanti può capitare che non sia concesso alcun verso; sa che l'Aurora può prolungare la notte, quando Penelope e Ulisse si riabbracciano, cosicché il loro abbraccio nel tempo possa essere sottratto al tempo; conosce, infine, le regole della simultaneità narrativa, che ci rivelano che molte vite, molti tempi attraversano simultaneamente la nostra vita.
E noi, così, rileggiamo l' Odissea . E, a volte, in quel grande profumo marino, ci sentiamo sottratti al tempo. E proviamo una gioia immensa: quella della sconfitta del tempo. Altre volte, ridiventiamo «misuratori del tempo» e, come Ulisse dai Feaci, siamo sopraffatti dal ricordo e dall'angoscia, nascondiamo la testa in uno scialle purpureo e piangiamo a dirotto.