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ELZEVIRO Citati rivisita l’Odissea
Portaci, Ulisse ai confini del tempo
di GIORGIO MONTEFOSCHI
C i sono due modi - sostiene Pietro Citati nel suo ultimo,
bellissimo libro: La mente colorata (Mondadori) - per leggere
l' Odissea . Il primo è quello di considerare questo poema
come un grande sistema di relazioni, nel quale i temi e le scene si
illuminano e si rispecchiano. Il secondo, necessario, stando a
Citati, «se non vogliamo correre il rischio di capire troppo poco»,
è quello di leggere e rileggere l' Odissea fino a che non
diventiamo noi stessi l' Odissea e Omero, noi stessi Penelope
e Circe, Polifemo e Ulisse; siamo le loro sensazioni, la loro anima:
siamo loro. E proviamo, nella «certezza gioiosa provocata dalla
immedesimazione simultanea della lettura» - quella immedesimazione
felice che conoscono le letture dell'infanzia - lo stesso piacere
totale che esiste nel mangiare e nel bere, nell'amore e nella danza.
E nell'ascoltare la poesia. Perché è vero che la poesia contiene in
sé, oltre a una dolcezza incommensurabile, anche la morte; ma questa
morte è l'ultimo oblio, un perdersi definitivo a noi stessi: dunque,
una morte che garantisce una rinascita. L' Odissea , scrive
Citati, è un libro misterioso. E' apparentemente semplice. Così come
apparentemente semplice è la psicologia dei suoi personaggi. E' un
libro, invece, costruito secondo una «struttura sinfonica», nella
quale i vari temi e i vari tempi si intrecciano e si sovrappongono,
«per poi riunificarsi tutti nel racconto». Il libro che nutre tutta
la letteratura occidentale fino a Tolstoj e Proust. Nel quale,
continuamente, cogliamo non soltanto parole e versi, bensì veri e
propri «segni divini». I segni segreti nascosti nella luce meridiana
del mare e nel buio delle grotte; nelle apparizioni e nel volere
capriccioso degli dèi; nella notte: questa notte eterna del
racconto, mentre Demodoco canta, i Feaci ascoltano, Ulisse ascolta e
racconta; nei silenzi e nel sonno di Penelope; nella luce livida
dell'Ade; nelle tempeste; nel canto delle Sirene; in un letto
costruito con un albero d'ulivo. Sono i segni segreti che le Muse,
custodi di «un immenso tesoro di conoscenza», nonché della memoria
del passato, e della »memoria del futuro» fanno scendere nell'animo
del poeta e, attraverso la sua poesia - pur nei limiti umani della
forma - nel cuore dell'uomo.
Dobbiamo interpretarli, senza timore di non capirli, questi segni:
come talvolta accade a Ulisse. La loro interpretazione, la loro
conoscenza vigile, la non-morte alla poesia, consente la nascita del
racconto.
Ulisse è il racconto. «Nessun eroe omerico», dice Citati, «ha la sua
curiosità, il suo amore di esperienza». Sono gli elementi
fondamentali del romanzo: gli scrittori, infatti, scrivono in primo
luogo per conoscere ciò che non sanno. Quando la mente di chi
racconta ha molte forme e colori, conosce le passioni e le fatiche
del corpo, i terrori più alti e più vili, sa cos'è la nostalgia e
china il capo davanti al volere arbitrario degli dèi, non si ferma
di fronte a nessun confine tanto da essere sempre «altrove» e mette
sempre tutto alla prova e in dubbio, allora la narrazione è il
mondo. E' come un immenso magazzino dei sentimenti e dell'avventura,
nel quale sappiamo di poterci abbandonare e perdere perfino, perché
in fondo scorgiamo una luce ferma: quella della casa, del ritorno.
Questa luce appartiene alla «religione della casa», come la chiama
Citati, che ha illuminato il romanzo moderno fino all'Ottocento e
oltre. Nella casa - fino agli ultimi versi di Attilio Bertolucci -
il letto costruito nell'ulivo sta come il centro immutabile del
mondo.
Il tempo, nella lettura che Citati fa dell' Odissea , è il
grande protagonista del racconto. Ulisse è un uomo e vuole rimanere
uomo e Itaca è il regno del qui e dell'ora. Quando le navi fanno
naufragio al capo Malea, egli entra nel mondo sconosciuto della
immaginazione e del mistero, sottratto alle leggi dell'uomo. Qui,
incontra maghe e ninfe divine che vorrebbero dargli l'immortalità;
mostri, come Polifemo, che appartengono all'età dell'oro; un popolo,
i Feaci, che vive in un'isola che è nel tempo e insieme fuori del
tempo; e i morti, nell'Ade, che il tempo non lo vivranno mai più.
Ulisse ne ha orrore. Lui vuole il tempo: sua moglie, Itaca; rifiuta
l'immortalità. Ma l' Odissea è un continuo entrare e uscire
dal tempo: un continuo confronto dell'uomo con il tempo; una sfida
continua a valicare i limiti del tempo.
Con quanta sapienza, Pietro Citati dà luce a questo immenso racconto
del tempo, che non finisce mai di incatenare il cuore dell'uomo.
Conosce il significato profondo delle omissioni omeriche; sa che
sette anni in un'isola possono essere racchiusi in un verso, e che a
un addio fra due amanti può capitare che non sia concesso alcun
verso; sa che l'Aurora può prolungare la notte, quando Penelope e
Ulisse si riabbracciano, cosicché il loro abbraccio nel tempo possa
essere sottratto al tempo; conosce, infine, le regole della
simultaneità narrativa, che ci rivelano che molte vite, molti tempi
attraversano simultaneamente la nostra vita.
E noi, così, rileggiamo l' Odissea . E, a volte, in quel
grande profumo marino, ci sentiamo sottratti al tempo. E proviamo
una gioia immensa: quella della sconfitta del tempo. Altre volte,
ridiventiamo «misuratori del tempo» e, come Ulisse dai Feaci, siamo
sopraffatti dal ricordo e dall'angoscia, nascondiamo la testa in uno
scialle purpureo e piangiamo a dirotto.
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