DA UOMINI E BESTIE

di

Cesare Marchi

Quello che stato chiamato “l’altro prossimo”  partecipa alla nostra vita e la condiziona fornendoci materiali lessicali entrati così intimamente nel costume linguistico che non vi facciamo più caso.
I maggiori fornitori sono gli animali domestici, per la semplice ragione che sono i più vicini a noi. E se la natura ha negato a loro la parola, ha concesso a noi di attingere abbondantemente alla loro nomenclatura, tanto che dopo il sinistrese, il politichese, il giornalese, si può parlare di un animalese.
Prendiamo il cane. Animale fedele e intelligente, avverte il padrone che sono arrivati i ladri, fruga nelle valanghe a cercare i moribondi, gli basta annusare un guanto per scoprire l'assassino; e noi come ricambiamo tanta dedizione? Usando "cane" come insulto. Figlio di un cane, lavoro fatto da cani, porco cane. Di un cantante o un attore maldestro diciamo che recita come un cane.
Un critico chiuse la recensione di un lavoro teatrale con le parole “incisivo il protagonista, canini gli altri”. Nel nostro orgoglio antropocentrico, immaginiamo che il cane, qualora recitasse o cantasse, sarebbe un pessimo interprete. E che lo dice? Mancano le prove.
Nei rapporti col cane ci permettiamo il lusso della più sfacciata incoerenza. Chiamiamo il cane “amico dell’uomo”, i più enfatici cinofili lo proclamano addirittura “candidato all’umanità”, poi lo ricambiamo dicendo: quel cane me la pagherà; i dimostranti in piazza hanno fatto una gran cagnara; il capufficio mi guarda in cagnesco. Una persona che fa tanto rumore e non combina nulla la bolliamo “cane da pagliaio”. Dopo di che portiamo il cane alle stelle (è la parola) intitolandogli una costellazione, quella del Cane appunto, la cui stella più brillante, Sirio, in agosto sorge assieme al sole, da cui canicola.
Dalle stelle un’altra volta giù nella polvere. Tutto ciò che è sgradevole, faticoso lo associamo al concetto di cane: vita da cani, freddo cane.
Cane d’un infedele, gridava in tempi meno ecumenici il cristiano al musulmano, il quale rispondeva con uguale insulto. Dimostrando anche, in questo caso, scarsa coerenza. Il cane è l’animale fedele per eccellenza, di ciò sono convinti tutti, credenti miscredenti e atei.
Anche nei proverbi il cane non fa una bella figura: raddrizzare le gambe ai cani, vuol dire perdere tempo in un’impresa impossibile; can che abbaio non morde: che fa molte parole fa pochi fatti. Chi dorme con i cani si leva con le pulci: chi frequenta cattive compagnie ricava soltanto danno. Essere fortunati come un cane in chiesa: non abbisogna di spiegazioni.
Arrivato a questo punto, mi accorgo di aver tirato il discorso per le lunghe, perciò la smetto. Non vorrei essere accusato di menar il can per l’aia.
 
Invece la parola gatto non viene mai adoperata con intento spregiativo. Perché non diciamo gatta miseria, in quel teatro faceva un freddo gatto? Tentiamo una risposta.
Probabilmente la ragione sta nell’alone di superstiziosa sacralità che da sempre avvolge questo felino, parente del leone e della pantera.
Gi antichi egizi lo veneravano e, secondo Erodoto, in caso di incendio la prima cosa che facevano era portare in salvo il gatto. Sull’opposto versante, il Medioevo cristano considerò il gatto animale diabolico, incarnazione delle streghe. In ogni caso, fosse divinizzato oppure demonizzato, il gatto fu sempre un animale “diverso” e questa arcana diversità lo sottrae ai nostri maltrattamenti semantici.
Il gatto, leone in sessantaquattresimo, sa farsi rispettare, anche nella nostra conversazione. E come potrebbe accadere diversamente, se basta un gatto nero che ci attraversa la strada a guastarci il resto della giornata?
A parte i “quattro gatti” che vanno alle solite conferenze; a parte la gatta che a forza di andare al lardo ci lascia lo zampino (ma sarebbe anche interessante conteggiare quanto lardo, fino a quel momento, si è mangiata), noi ricorriamo a questo animale per significare calcolo astuto, intelligenza sorniona. E’ una gatta morta, diciamo di chi simula mitezza e riservatezza, per poi passare all’attacco al momento opportuno. Una favola di Esopo parla di un gatto che si lasciava penzolare all’ingiù fingendosi morto, per meglio acchiappare i topi. Nei Promessi sposi, il conte zio dice a don Rodrigo che non gli è mai piaciuto quel fra’ Cristoforo, protettore di Renzo e Lucia, “ quel frate con quel suo fare da gattamorta”.
Il gatto è un animale indipendente, che si affeziona più alla casa che al padrone, a differenza del cane. La fedeltà del cane sconfina nel servilismo, l’indipendenza del gatto sfiora l’ingratitudine (anche in questo si rispecchia il conflitto “essere come cane e gatto”). Se il suo parente leone è il re della foresta, lui è il re della casa. Vi sta benissimo anche senza la presenza del padrone. I cane scodinzola, lieto di far compagnia al padrone; il gatto acconsente benignamente che il padrone faccia compagnia a lui. Per questo è possibile mettere la museruola al cane; ma provatevi a metterla al gatto…
Quando affrontiamo un’impresa rischiosa e difficile, pensiamo che è una gatta da pelare. Di un politico coinvolto in parecchie inchieste e sempre uscito indenne, di un finanziere puntualmente risorto dopo ogni batosta, si dice che cade sempre in piedi, come i gatti, e che come i gatti ha sette vite.
Se gli animali del pollaio fanno la parte degli sprovveduti, dei ritardati, dei soccombenti (è un’oca giuliva, ha un cuore di coniglio) il gatto siede orgogliosamente fra i vittoriosi. Si associa alla volpe ai danni del povero Pinocchio, formando una coppia passata in proverbio per indicare gli imbroglioni che infinocchiano gli ingenui.
Crudele con i topi, fino al punto di ucciderli per puro divertimento, credo che il gatto sia felice di aver prestato il suo nome al Knut, ovvero gatto a nove code, staffile con nervi di bue usato nella Russia zarista per punire i servi della gleba.
Gli piacerà anche, ribelle com’è ad ogni autorità, aver legato il proprio nome agli scioperi a gatto selvaggio, cioè non approvati dalle centrali sindacali e attuati senza preavviso, ora in un reparto ora in un altro dello stabilimento, in modo da arrecare il maggior danno possibile alla produzione.
E, senza volerlo, alla democrazia: perché a lungo andare nasce nella gente un senso di stanchezza, un desiderio di ordine, per il quale c’è sempre pronto, come salvatore della patria, il Gatto mammone.
 


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