|

Anton Cechov
17 gennaio 1860
2 luglio 1904
La scienza, la letteratura, la passione
Si laurea in medicina, ma conduce una sorta di doppia vita: mentre esercita
la professione di medico, scrive novelle.
Le sue opere narrano di gente umile e anche la sua vita in questo senso è stata
sempre volta all'aiuto del prossimo, soprattutto se più debole.
Le commedie di Cechov rappresentano una pietra miliare della drammaturgia di
tutti i tempi.
|
LA MORTE DELL'IMPIEGATO
di Anton Cechov
Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmitric'
Cerviakòv, era seduto nella seconda fila di poltrone e seguiva col binoccolo "Le
campane di Corneville. Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine. Ma a un
tratto... Nei racconti spesso s'incontra questo "a un tratto". Gli autori han
ragione: la vita è così piena d'imprevisti! Ma a un tratto il suo viso fece una
smorfia, gli occhi si stralunarono, il respiro gli si fermò... egli scostò dagli
occhi il binoccolo, si china e... eccì!!! Aveva starnutito, come vedete.
Starnutire non è vietato ad alcuno e in nessun posto. Starnutiscono i contadini,
e i capi di polizia, e a volte perfino i consiglieri segreti. Tutti
starnutiscono. Cerviakòv non si confuse per nulla, s'asciugò col fazzolettino e,
da persona garbata, guardò intorno a sé:non aveva disturbato qualcuno col suo
starnuto? Ma qui, sì, gli toccò confondersi. Vide che un vecchietto, seduto
davanti a lui, nella prima fila di poltrone, stava asciugandosi accuratamente la
calvizie e il collo col guanto e borbottava qualcosa. Nel vecchietto Cerviakòv
riconobbe il generale civile Brizzalov, in servizio al dicastero delle
comunicazioni.«L'ho spruzzato!», pensò Cerviakòv. «Non è il mio superiore, è un
estraneo, ma tuttavia è seccante. Bisogna scusarsi».
Cerviakòv tossì, si sporse col busto in avanti e bisbigliò all'orecchio del
generale:
- Scusate, eccellenza, vi ho spruzzato... io involontariamente...
- Non è nulla, non è nulla...
- Per amor di Dio, scusatemi. Io, vedete... non lo volevo! - Ah, sedete, vi
prego! Lasciatemi ascoltare!
Cerviakòv rimase impacciato, sorrise scioccamente e riprese a guardar la scena.
Guardava, ma ormai beatitudine non ne sentiva più. Cominciò a tormentarlo
l'inquietudine. Nell'intervallo egli s'avvicinò a Brizzalov, passeggiò un poco
accanto a lui e, vinta la timidezza, mormorò:
- Vi ho spruzzato, eccellenza... Perdonate... Io, vedete... non che volessi...
- Ah, smettetela... Io ho già dimenticato, e voi ci tornate sempre su! disse il
generale e mosse con impazienza il labbro inferiore. «Ha dimenticato, e intanto
ha la malignità negli occhi», pensò Cerviakòv, gettando occhiate sospettose al
generale.
«Non vuol nemmeno parlare. Bisognerebbe spiegargli che non desideravo
affatto... che questa è una legge di natura, se no penserà ch'io volessi
sputare. Se non lo penserà adesso, lo penserà poi!...».
Giunto a casa, Cerviakòv riferì alla moglie il suo atto incivile. La moglie,
come a lui parve, prese l'accaduto con troppa leggerezza; ella si spaventò
soltanto, ma poi, quando apprese che Brizzalov era un "estraneo", si tranquillò.
- Ma tuttavia passaci, scusati, - disse. - Penserà che tu non sappia comportarti
in pubblico!
- Ecco, è proprio questo! Io mi sono scusato, ma lui in un certo modo strano...
Una sola parola sensata non l'ha detta. E non c'era neppur tempo di discorrere.
Il giorno dopo Cerviakòv indossò la divisa di servizio nuova, si fece tagliare i
capelli e andò da Brizzalov a spiegare... Entrato nella sala di ricevimento del
generale, vide là numerosi postulanti, e in mezzo ai postulanti anche il
generale in persona, che già aveva cominciato l'accettazione delle domande.
Interrogati alcuni visitatori, il generale alzò gli occhi anche su Cerviakòv.
- Ieri, all'Arcadia, se rammentate, eccellenza, - prese a esporre l'usciere,- io
starnutii e... involontariamente vi spruzzai... Scus...
- Che bazzecole... Dio sa che è! Voi che cosa desiderate? - si rivolse il
generale al postulante successivo.«Non vuol parlare!», pensò Cerviakav.
impallidendo. «E' arrabbiato dunque... No, non»
Quando il generale finì di conversare con l'ultimo postulante e si diresse verso
gli appartamenti interni, Cerviakòv fece un passo dietro a lui e prese a
mormorare:
- Eccellenza! Se oso incomodare vostra eccellenza, è precisamente per un senso,
posso dire, di pentimento!... Non lo feci apposta, voi stesso lo sapete! Il
generale fece una faccia piagnucolosa e agitò la mano.
- Ma voi vi burlate semplicemente, egregio signore!
-diss'egli, scomparendo dietro la porta.
«Che burla c'è mai qui?», pensò Cerviakòv. «Qui non c'è proprio nessuna burla!
E' generale, ma non può capire! Quand'è così, non starò più a scusarmi con
questo fanfarone! Vada al diavolo! Gli scriverò una lettera e non ci andrò più!
Com'è vero Dio, non ci andrò più!». Così pensava Cerviakòv andando a casa.
La lettera al generale non la scrisse. Pensò, pensò, ma in nessuna maniera poté
concepir quella lettera.
Gli toccò il giorno dopo andar in persona a spiegare.
- Ieri venni a incomodare vostra eccellenza, - si mise a borbottare, quando il
generale alzò su di lui due occhi interrogativi, - non già per burlarmi, come vi
piacque dire. Io mi scusavo perché, starnutendo, vi avevo spruzzato... e a
burlarmi non pensavo nemmeno. Oserei io burlarmi? Se noi ci burlassimo, vorrebbe
dire allora che non c'è più alcun rispetto... per le persone...
- Vattene! - garrì il generale, fattosi d'un tratto livido e tremante.
- Che cosa? - domandò con un bisbiglio Cerviakòv, venendo meno dallo sgomento.
- Vattene! - ripeté il generale, pestando i piedi.
Nel ventre di Cerviakòv qualcosa si lacerò. Senza veder nulla, senza udir nulla,
egli indietreggiò verso la porta, uscì in strada e si trascinò via...
Arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la divisa di servizio, si coricò
sul divano e... morì.
|