I
nipotini

Carissimo,
 
vergo velocemente queste righe per informare te e il mondo, a cui ti pregherei di divulgare il contenuto di questo mio messaggio, di fatti gravissimi e preoccupanti che mi sono accaduti e che non oso augurare al mio peggior nemico. Fatti che mi colsero così di sorpresa da lasciarmi sbalestrato, inerme  nel medesimo tempo.
Al dunque.
Tempo addietro, una massa di individui, maschi e femmine,  adulti e bambini, adducendo presunte parentele, si presentò davanti alla porta della mia dimora con la chiara intenzione di varcarla, allo scopo di introdursi nella mia magione e, di fatto, impossessarsene. Tutto il mio essere si inarcò; gonfiai il petto, irrigidii i muscoli; piantai ben fermi i piedi per terra, pronto a difendere il mio spazio vitale e la mia proprietà.
Ma, complice una figura femminile, ahimé ricorrente nella storia e nella mitologia, ( mia moglie ) che si prestò a consumare il più basso e vile dei tradimenti, venni sopraffatto e “loro” presero possesso dei miei domìni.
Sciamarono in camera da pranzo, requisirono la cucina, s’impadronirono del bagni; si accamparono e bivaccarono come i cosacchi sul Don.
Unica roccaforte, nella quale non riuscirono ad avere accesso, fu il mio bagno, il terzo dell’abitazione, che io difesi a costo di immolarmi per esso. Era mio, solo mio; ed essi non avrebbero prevalso! E così fu.
Vinto, ma non domo, creai una squadra di “commandos”, formata da me solo, con la quale iniziai un’azione di logoramento e di guerriglia per aprire qualche crepa in questa muraglia compatta che si muoveva unita e addestrata, senza indecisioni o tentennamenti, fra le mie mura domestiche.
Ma essi, intuendo la mia strategia, ricorsero alle armi più sofisticate per demolire, invece, me.
La più subdola, che utilizzavano regolarmente, era quella del pianto notturno dei bambini. Ad intervalli irregolari, infatti, dei stridii improvvisi laceravano le tenebre e i miei timpani, facendomi sobbalzare da giaciglio in cui avevo riposto le mie stanche membra. Un arma impropria e sleale che, ahimé, raggiungeva ampiamente il suo scopo. Le prime luci dell’alba, infatti, vedevano la mia persona decotta al punto giusto; quanto bastava da non avere energie per organizzare una resistenza.
Durante il giorno, infine, infierivano sollecitando i bambini ad emettere gridolini e sfornare sorrisi all’indirizzo del nonno. E lì io stravaccavo, indifeso, crollando miseramente.
Otto giorni e sette notti; tanto è durata l’occupazione. Un tempo interminabile. Più lunga di quella austriaca o spagnola dell’Italia. Talmente lunga da influire anche nei miei comportamenti.
Per esempio, in quei giorni, inconsciamente  ho modificato il mio linguaggio. Non più parole sensate e frasi ben costruite. No. Suoni gutturali, squittii, metamorfosi della faccia, gesti goffi, tali da somigliare più ad uno scimpanzè che ad un essere umano.
E credo che non ne guarirò.
Ora, seduto tra le macerie di una casa un dì decorosa, ma ora vuota, arranco sperduto, con l’occhio smarrito.
Mia moglie, scellerata, tradisce un volto ieratico, come di una santa appena riavutasi da un’estasi.
Io, invece, annaspo. Scruto, lentamente intorno a me, gli oggetti mal riposti e accatastati.
Tracce lasciate dall’Orda Conquistatrice.
Ritorno sul viso di mia moglie, ridente.
A me non riesce di ridere. Al contrario, mi intristisco.
Perché già mi mancano.
I miei nipotini.
  Livio Bianchi


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