Il pensionato

Come pensionato, sono ancora di breve corso, ma ciò non toglie che tre anni rappresentino già un tesoretto di esperienza che mi permette di poter parlare, quasi come un vecchio saggio, alle generazioni che mi seguiranno.
Vorrei, dunque, parlare di questa mitica, o famigerata, pensione.
Chi, come me, va in pensione a 59 anni, facendosi i suoi bravi calcoletti e conticini, lo fa perché ha già chiaro, in testa, un disegno ben definito di quello che andrà a fare e che vorrà fare.
Che, nel mio caso, non poteva certo essere il lavoro svolto per tanti anni, che aborro, ma solo cose piacevoli a farsi.
(Apro una parentesi a proposito di “aborro”. Io non aborro il lavoro di assicuratore che è degnissimo, ci mancherebbe altro: è che aborro il lavoro in toto. Sfaticato? Scansafatiche, fannullone, infingardo? No, al contrario: attivo, solerte, volenteroso, operoso e alacre. E’ che mi sarebbe piaciuto, come a tutti, io credo, fare il lavoro che più mi gradiva; ma questo, nella vita, non riesce, quasi mai, a nessuno. Perché la vera felicità, nella vita, consiste nel fare, appunto, un lavoro che piace e per il quale, meglio ancora, si è portati. E non è detta che debba sempre identificarsi con l’arte, lo sport, lo spettacolo o chissà quante altre amene attività. Macché. Ho conosciuto, per dire, fior di ragionieretti che hanno svolto la loro attività per trenta e passa anni, felicissimi come pulcini al calduccio sotto la chioccia. E si sentivano realizzati, eccome. Ma per la maggior parte di noi non è così; per la maggior parte si lavora e basta: per noi, per la famiglia, per i soldi, o per chi volete voi, ma niente di più.)
Chiusa la parentesi torniamo a noi.
Dunque, dicevo, la pensione. Caspita se mi ero fatto un piano, studiato fino ai minimi particolari.
E prontissimo ad applicarlo pedissequamente e minutamente.
Ma, tutti i piani, anche i meglio studiati, trascurano sempre un’insignificante banalità: l’imponderabile. Che nel mio caso apparve sotto forma di tre marmocchi smorfiosetti che la mia prole, un maschio e una femmina, sterile fin lì, ( o opportunista? ) ebbe a sfornarmi in rapida successione, nel giro di tre anni. Tre pargoletti che, come uno zuccherino, hanno fatto da esca a questo vecchio tricheco, mandando a carte quarantotto tutto il piano studiato. E il tragico della questione è che quello che doveva essere uno dei punti forti del piano, ossia che mia moglie seguitava a lavorare, ( viva la libertà!... ) mi si ritorse contro, perché ad affrontare la bufera mi ritrovai da solo. A due mesi della sua vita, mi ritrovai a scimmiottare con un infantile piccolo energumeno che, per tutta risposta, non mi degnava di uno sguardo o, al massimo, frignava, piangeva e strillava. Poco dopo diventarono due, i mocciosetti. I quali con una ben studiata strategia  - ritengo – formarono una formidabile alleanza e mi dichiararono guerra.  Mi ritrovai a mal partito,  e sull’orlo della disfatta, fin dai primi atti di guerra: non ero preparato ad affrontare un nemico che combatteva con armi improprie e subdole: pianti, strilli, scureggette, cacche, pipì….. cose orribili!
Ma, come in tutto il genere umano, l’istinto della sopravvivenza ebbe la meglio: l’uomo dà il meglio di se nelle intemperie. Facendo ricorso a tutte le armi che ciascuno possiede, senza saperlo, e che non mai userebbe in un confronto civile ( boccacce, pernacchie, imitazione scimmia, urletti, ecc. ecc.) , li ho soggiogati e vinto la partita. Oggi, che hanno uno 3 anni e l’altro 2 e mezzo, posso, a buon diritto, vantarmi  e poter affermare che sono il loro padrone.
Anzi sono quasi un Mito…
Poi, a gennaio, l’ultimo arrivato. Liscio come l’olio. Non lo so: con l’esperienza che m’ero fatta prima……
Ah, una precisazione e un’aggiunta: nella, direi, quasi titanica lotta iniziale con i due marmocchi, fui ben affiancato, con opera veramente preziosa, dal mio aiutante di campo: Otto. Facendo onore alla sua razza, questo infaticabile bassotto nano a pelo raso nero, si è prodigato in modo ammirevole, abbaiando, sempre e con ostinazione, ogni volta che i pargoli piangevano.
Adesso, loro, i miei marmocchi, mi chiamano “nonno mio”; no, non nonno: nonno mio, che, se permettete, è tutta un’altra cosa.
Ma aldilà di queste vicissitudini personali, torniamo a bomba.
Dicevamo, la pensione.
In pensione si rinasce. Si vive veramente una nuova vita. Parola.
Una vita in cui tu ti sorprendi a scoprire cose nuove, diverse, mai viste; o che, sì, forse avevi intuito, ma a cui non avevi badato.
Prendi il rapporto con lei, per esempio. Lei, sì, lei: tua moglie. Solo adesso che hai modo di frequentarla di più, stabilitoti a casa, cominci a notarla meglio. E solo adesso, ti accorgi del suo strano modo di parlare con te, quando parla. Specialmente quando ti risponde. Ti accorgi solo ora che, oltre ai chili, come te d’altronde, ha messo su una smorfia strana, ogni volta che ti guarda, quasi un ghigno irridente e sarcastico. E, cosa veramente curiosa, se le chiedi qualcosa, ti risponde sempre facendoti una domanda.
E puoi così scoprire, in pensione, che tua moglie si è resa conto, inorridita, che tu non sei quel mix ben riuscito di Sean Connery, Richard Gere e Cary Grant che i suoi occhi, e solo i suoi occhi,  avevano incontrato un giorno di tanti e tanti anni fa. E ti smaschera, con quel ghigno, te lo fa capire, che i suoi occhi vedono solo un  rotolo di coppa pieno di rughe e di acciacchi vari.
Ma poi hai modo di guardarla meglio anche tu, in pensione. E anche tu devi prendere atto che quella ragazzetta che ti ricordava Romina, con quei suoi capelli lunghi, ha assunto forme più balenottere, con una tinta dei capelli che ondeggia dal biondo Marilyn al castano castagna, e è carica di dolori più di te.
Fortuna che poi, anche in pensione, viene la sera, e ti ritrovi a vedere la TV sul divano con lei, a volte a letto. Capita, senza volerlo magari, che, a volte, ci si tocchi o ci si sfiori; allora, in quella oscurità in cui non si vede quasi niente, capita, chiudendo gli occhi, di rivedere Romina, io, e Cary Grant, lei.
E’ così che si vive in questa nuova vita. Poi arrivano i nipotini. Per fortuna.
Un’altra cosa che si scopre, in questa nuova vita, è che spariscono tutti. Tutti, ma proprio tutti.
Non date retta al vecchio adagio che si raccoglie ciò che si semina: balle. Non è vero niente.
Non ci credete? Allora, prendiamo, per esempio, i miei vecchi colleghi.
Sì, lì per lì, ai saluti, nei primi tempi, tante risate, pacche sulle spalle, tante promesse di rivederci spesso, di sentirci ancora più spesso. Vero niente: spariti tutti.
Basti dire, care generazioni che venite dopo di me, che all’infuori di una sola persona, nel 2008 e nel 2009 corrente, non ho ricevuto una telefonata che è una da parte dei miei ex colleghi. E sì che al pranzo di commiato, pagato da me, a Roma trastevere, tutti e 16, entusiasti, ingozzati come porchette d’Ariccia e mezzi brilli, a fare grandi promesse di rimpatriate future.
Stupidaggini. Spariti tutti.
Sicuramente, però, solo perché in questa nuova vita non sono previsti.
E gli altri? Uguale: non sono previsti nemmeno loro. Per fortuna, però, è previsto, in pensione, che possano rimanere gli amici veri, quelli buoni, stagionati, che pure se non hanno niente da dirti ti chiamano lo stesso, tanto per fare due chiacchiere e farsi due risate.
Quindi, cari amici non fidatevi dei proverbi: non seminate niente, tanto non vi ritorna niente.
Per cui, io ho capito, in questa nuova vita, che gli interessi te li devi trovare da te; e io me li sono trovati. Oltre ai nipotini, naturalmente!
E poi….. ‘ndo arivamo arivamo.
Livio Bianchi


www.agentigant.com