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LE ELEZIONI
- Ovvero i ponti di Roma - di Livio Bianchi Quando, anni fa, mia figlia ebbe a rimproverami perché, a suo giudizio, sbagliavo a non votare (ultimo voto: Prodi 1996) per non imbarcarmi in una dissertazione politica che non avrebbe portato a niente, mi rifugiai in un apologo, una favoletta, che, se avete la bontà di seguirmi, vorrei portare anche a vostra conoscenza. Dunque.
Riflessione. Caspita, Roma era ancora quasi un villaggio di capanne e già esisteva un ponte. Eh sì, non solo c’era quello, ponte Sublicio, ma Roma decadde, giunsero i Papi. I quali, ritenendolo opportuno, agli antichi ponti romani ne aggiunsero altri 4, pur non essendo più Roma la megalopoli del tempo di Augusto imperatore. Ed eccoci all’unità d’Italia e, quindi, ai Savoia.
E buttali via.
Il quale, certamente solo per dare lustro al regime, in 18 anni di ponti ne costruì 8. Ma che ponti? Pontoni! Forse non servivano se non, come detto, per dare una lucidatina al regime. Ma, ributtali via. Infine nacque E nasce intrinsecamente e visceralmente ladra e truffatrice. Questa in cui tutti noi dobbiamo vivere e per la quale dobbiamo lavorare, appunto. Bene. Essa nacque in un momento di enorme evoluzione del mondo moderno, e dell’Italia in particolare. Basti dire che a Roma, all’epoca, circolavano poche migliaia di automobili. Nello sviluppo impetuoso e tumultuoso, in pochi decenni, il numero delle automobili, a Roma, superò i 2 milioni. Un groviglio, un mare immenso di latta. Salvo quello della metropolitana; ma che volevano farla volare? Ecco, questi sono i fatti, figlia mia, le dissi. E guarda che le amministrazioni della Capitale si sono
quasi equamente suddivisi i 60 anni:
i primi 25
Io sono andato per decenni a dare il mio contributo alla speranza. Poi, basta. E sono convintissimo che oggi l’unica vera grande rivoluzione che gli italiani potrebbero fare, un popolo che di rivoluzioni non ne ha mai fatte, sarebbe proprio quella di non presentarsi in massa alle urne. Non accadrà. Perché ci priveremmo del gusto di praticare il nostro sport nazionale: la faziosità. Senza la fazione da difendere ci sentiremmo perduti. Senza la possibilità di negare anche l’evidenza pur di difendere la nostra “parte” (il partito, appunto) che sport potremmo praticare? Anche per questo gli italiani vanno a votare. Oltre che per tutto il resto. Perché scusate, voi davvero credete che cambiare schieramento o confermare lo stesso potrà essere foriero di un’Italia che cambia, e migliora?
L’ho detto e lo ripeto. Non siamo capaci, geneticamente di fare una rivoluzione di stampo messicano, con tanto di bassa macelleria, (ché questo si meriterebbero questi figuri inamovibili con tutti i loro privilegi). L’unica rivoluzione sarebbe quella di non andare a votare. Tutti. Sarebbe il primo segnale che qualcosa potrebbe cambiare. Ma se ci andate a votare, cari concittadini, poi, per cortesia, non ci sfracassate l’anima tutti i giorni sparlando del governo. Viva l’Italia, Viva Ad maioram. |