LE ELEZIONI

- Ovvero i ponti di Roma -

di

 Livio Bianchi

 Ci risiamo. Si torna a votare. Una liturgia laica che in Italia si ripete con  cadenza quasi annuale, fatta la somma, e la media, di tutte le varie elezioni. Un rito che si ripete stancamente e che non porterà mai a veri cambiamenti. Qui da noi, salvo una minoranza non trascurabile, e di cui faccio parte, i non votanti,  nessuno si schioda dalle proprie simpatie e convinzioni. Perché in Italia non esiste la valutazione politica, il giudizio sull’operato della persona votata. No. Da noi si vota per tifo, per convenienze e per ideologia. Stop. E i blocchi saranno, più o meno, sempre gli stessi. E tireremo a campare. Perché nel tirare a campare siamo campioni del mondo. E chi ci frega

Quando, anni fa, mia figlia ebbe a rimproverami perché, a suo giudizio, sbagliavo a non votare (ultimo voto: Prodi 1996) per non imbarcarmi in una dissertazione politica che non avrebbe portato a niente, mi rifugiai in un apologo, una favoletta, che, se avete la bontà di seguirmi, vorrei portare anche a vostra conoscenza.

Dunque.

Gli antichi romani non avevano quasi finito la costruzione di Roma che già stavano in guerra; con gli Etruschi, per la precisione. Ci racconta Livio (Tito, non il sottoscritto) che per fronteggiare l’attacco degli uomini di Porsenna, re etrusco, sul tevere, Orazio Coclite, fulgido eroe, da solo fronteggiò i nemici sul ponte per dar modo ai suoi di tagliare il medesimo, onde impedire che gli etruschi passassero il fiume.

Riflessione.

Caspita, Roma era ancora quasi un villaggio di capanne e già esisteva un ponte.

Eh sì, non solo c’era quello, ponte Sublicio, ma la Roma repubblicana ed imperiale, ne costruì ben 11 di ponti per le esigenze dei cittadini e del traffico. A tal punto li considerava importanti da creare addirittura una carica specifica (diremmo ad hoc): il Pontefice Massimo.

Roma decadde, giunsero i Papi.

I quali, ritenendolo opportuno, agli antichi ponti romani ne aggiunsero altri 4, pur non essendo più Roma la megalopoli del tempo di Augusto imperatore.

Ed eccoci all’unità d’Italia e, quindi, ai Savoia.

I quali pensarono bene di arricchire  la città, destinata al ruolo di Capitale del Regno d’Italia, con la costruzione di ben 10 ponti. Anche per superare, probabilmente, l’imbarazzo che aveva loro creato la sfuriata del Gregorovius che, vedendo lo scempio edilizio che ne stavano facendo i “buoni” torinesi (antesignani dei palazzinari romani), li fulminò dicendo che aver fatto Roma capitale del regno era un onore per il regno e non viceversa. Comunque sia, Roma si ritrovò con altri 10 ponti.

E buttali via.


Poi venne lui. L’abominevole o la buonanima, a seconda dei punti di vista. Mussolini.

Il quale, certamente solo per dare lustro al regime, in 18 anni di ponti ne costruì 8.

Ma che ponti? Pontoni!

Forse non servivano se non, come detto, per dare una lucidatina al regime. Ma, ributtali via.

Infine nacque la Repubblica Italiana Fondata sul Lavoro.

E nasce intrinsecamente e visceralmente ladra e truffatrice.

Questa in cui tutti noi dobbiamo vivere e per la quale dobbiamo lavorare, appunto.

Bene. Essa nacque in un momento di enorme evoluzione del mondo moderno, e dell’Italia in particolare. Basti dire che a Roma, all’epoca, circolavano poche migliaia di automobili.

Nello sviluppo impetuoso e tumultuoso, in pochi decenni, il numero delle automobili, a Roma, superò i 2 milioni. Un groviglio, un mare immenso di latta.

La Repubblica Italiana Fondata sul Lavoro, e, ripeto, per la quale dobbiamo lavorare, in 60 anni, non ha costruito un ponte.

Salvo quello della metropolitana; ma che volevano farla volare?

Ecco, questi sono i fatti, figlia mia, le dissi.

E guarda che le amministrazioni della Capitale si sono quasi equamente suddivisi i 60 anni:  i primi 25 la DC i secondi 35 la sinistra.

Io marsicano di origine, ma cittadino romano (Civis romanus sum) grazie ad un mio lontano compaesano, Q. P. Silone, che, qualche secolo fa, ebbe da ridire con Roma a proposito di certi diritti, io, dicevo, che amo questa città come solo un forestiero accolto da questa grande matrona  sa amarla, provo un senso di disgusto per questa genia di ciarlatani che da 60 non fanno altro che raccontarci frescacce. E non voglio più unirmi al codazzo di chi, per interesse, per ideologia, per convenienza, andava e va ancora ad omaggiarli.

Io sono andato per decenni a dare il mio contributo alla speranza. Poi, basta.

E sono convintissimo che oggi l’unica vera grande rivoluzione che gli italiani potrebbero fare, un popolo che di rivoluzioni non ne ha mai fatte, sarebbe proprio quella di non presentarsi in massa alle urne.

Non accadrà. Perché ci priveremmo del gusto di praticare il nostro sport nazionale: la faziosità.

Senza la fazione da difendere ci sentiremmo perduti. Senza la possibilità di negare anche l’evidenza  pur di difendere la nostra “parte” (il partito, appunto) che sport potremmo praticare?

Anche per questo gli italiani vanno a votare. Oltre che per tutto il resto.

Perché scusate, voi davvero credete che cambiare schieramento o confermare lo stesso potrà essere foriero di un’Italia che cambia, e migliora?

Illusione.

L’ho detto e lo ripeto. Non siamo capaci, geneticamente di fare una rivoluzione di stampo messicano, con tanto di bassa macelleria, (ché questo si meriterebbero questi figuri inamovibili con tutti i loro privilegi).

L’unica rivoluzione sarebbe quella di non andare a votare. Tutti.

Sarebbe il primo segnale che qualcosa potrebbe  cambiare.

Ma se ci andate a votare, cari concittadini, poi, per cortesia, non ci sfracassate l’anima tutti i giorni sparlando del governo.

Viva l’Italia, Viva la Repubblica Italiana!! (Saragat).

Ad maioram.

 


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