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Da “ Vite degli uomini illustri” di Achille Campanile
VITA DI SOCRATE
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LA GIOVINEZZA DI SOCRATE
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Nell’aria
chiara del crepuscolo volavano le nottole intorno al Partenone e
i vecchi di Atene, seduti sui gradini a prendere il fresco,
conversavano pacatamente. Le bianche tuniche, il pallore dei
volti, le candide barbe quasi li facevano confondere con le
statue di marmo e gli altorilievi.
- Giungevano attutiti il brusio e le grida della città, a
quell’ora tutta brulicante e quasi in disordine, insieme con un
profumo acuto di frutta sfatte che dava un’inquietudine e una
tristezza oscura e forte.
- “Mio figlio” diceva un saggio dalla barba fiorita “non ha
proprio voglia di studiare”.
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“Questi
ragazzi” osservò un vecchietto tutto rugoso “ sono una
disperazione. Anche i miei nipotini, perché studino bisogna
prenderli a nerbate”.
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“Eh, “
sospirò un terzo, accomodandosi le pieghe della tunica, “non è
più come ai nostri tempi. Oggigiorno la gioventù è molto
distratta. Il gioco della palla, il disco, la corsa, ecco le
cose che le interessano. Ma lo studio, zero.”
- Lo statuario Sofronisco (padre di Socrate. ndc) li
stava a sentire con un sorrisetto di superiorità.
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“Invece”
diss’egli alla fine “ mio figlio studia sempre. Notte e giorno a
tavolino. Consuma gli occhi sui testi. Debbo costringerlo io a
coricarsi.”
- “ Diventerà un grande sapiente” osservò un amico con
invidia.
- “ Questi son figli che danno soddisfazione ai genitori”
disse un altro sospirando.
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“ Mi
consuma tanto di quell’olio per la lucerna da alzar l’idea “
riprese Sofronisco. “ Un patrimonio, ci vuole.”
- “ Denari benedetti” dissero tutti.
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“ Certo,“
fece Sofronisco con orgoglio “e non vi nascondo che sono molto
soddisfatto di quel ragazzo.”
- Gli altri vecchi crepavano dall’invidia. S’alzarono. Ormai
il giorno era finito e si vedeva passare qualche lenta matrona
nel lenzuolo bianco, qualche brunetta magra e nervosa
sgattaiolava nei vicoli. Atene…
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- Che cosa studiava il figlio di Sofronisco?
- In una parola: tutto.
- Non c’era branca dello scibile ch’egli si lasciasse
sfuggire. La storia ce l’ha poi confermato. Egli – lo sapete, lo
avete studiato a scuola – fu una gran sapiente. Fu lui che
formulò il famoso motto: “ Io non so che una cosa sola: di nulla
sapere”.
- Poté arrivare a questa conclusione dopo anni di studio, in
capo ai quali, sviscerate tutte le discipline, si convinse che
alla nostra debole ragione non è dato sapere niente.
- Ma questa conclusione, che gli ha procurato tanto successo
presso i posteri, non può dirsi che gliene abbia valso
altrettanto presso i contemporanei.
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- Venne il giorno dell’esame.
- Suo padre, pur sapendolo molto studioso, temeva la severità
dei professori e lo aveva raccomandato per mezzo di amici
influenti.
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“ Bene, “
disse a Socrate l’esaminatore, desideroso di favorirlo, “ so che
sei un giovane molto studioso. Dimmi quello che sai, dunque. “
- Socrate si fece serio.
- “ Io “ cominciò “ non so che una cosa sola…”
- “ E’ un po’ poco. “ osservò il professore, rabbuiandosi e
scambiando occhiate espressive coi colleghi di commissione, “
comunque diccela.
“
- “ So “ proseguì Socrate con grande serenità “ di nulla
sapere. “
- “ E’ una bella nozione “ disse fra i denti uno dei
professori che assistevano.
- “ Via, “ intervenne l’esaminatore rivolto allo scolaro “
rifletti prima di rispondere: che cosa sai?”
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“ Niente,
signor professore,“ insisté Socrate con rispettosa fermezza “
glielo assicuro. O, meglio. Non so che questa cosa: di
nulla sapere. “
- “ Ma qualche cosa la saprai. “
- “ Niente, niente alla lettera. Se si eccettui, beninteso,
questa. “
- “ Quale?”
- “ Di nulla sapere.”
- “ Ma nulla è troppo poco. Via, sforzati la mente. “
- “Le ripeto che so una cosa sola .“
- “ E allora diccela. “
- “ So di nulla sapere .“
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Alla fine il professore perse la pazienza.
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“ E in queste condizioni “ gridò “ hai la sfacciataggine di
presentarti all’esame? Ritirati! “
-
“ Ma professore, se anche studiassi di più ne saprei sempre di
meno.”
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“ Ritirati, ti dico. Bocciato! “
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Quando il padre lo seppe, caricò Socrate di scapaccioni.
- “ Pezzo d’asino, “ sbraitava “ mi hai fatto spendere tanti
quattrini per i libri, per le tasse, per la tua istruzione.
Quindici barili d’olio per la lucerna, hai consumato. Bel
risultato. Che hai imparato? Sentiamo.“
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“ Ho imparato “ fece Socrate serenamente “ questo: che non so
nulla.”
-
“ Fai anche lo spiritoso, eh? Sfacciato.”
-
La madre accorse.
- “ Via, “ disse “ Socratino, non esser così cattivo. Studia.
Mettitici d’impegno. Vedrai che a ottobre, con un po’ di buona
volontà, saprai qualche cosa. “
-
“ Ma ho studiato, mamma, “ insisteva Socrate con serena fermezza
“ ti giuro che ho studiato.”
-
“ E che sai? “
-
“ questo: di nulla sapere.”
- “ Insiste. Ostinato più di un mulo. Almeno non ti far
sentire. Dì che sai un po’ di geografia, un po’ di storia.”
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La notizia dell’infelice esito dell’esame di Socrate cominciò a
circolare.
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“ Vedi? “ diceva la gente additandolo, quando Socrate passava
per la strada. “ E’ Socrate.”
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“ Quello che sa niente?”
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“ Sì. Quel famoso somaro che ha studiato tanto e non ha imparato
nulla.”
- “ Ho sentito dire però, “ osservava qualcuno a bassa voce “
che si vantava di aver imparato una cosa.”
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“ Già. Dice che ha imparato di nulla sapere.”
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“ Anche cinico, oltre tutto. “
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E le mamme ai ragazzi:
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“ studiate, figliuoli, se no farete la fine di Socrate.”
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Quanto al padre di Socrate, la cosa era stata per lui un colpo
tremendo. La sera egli non andava più nemmeno a prendere il
fresco seduto sui gradini del Partenone, perché gli altri
vecchi, vedendolo, facevano visi di circostanza.
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“ Bè, “ gli domandavano con
ipocrita costernazione, “ tuo figlio? Ha messo la testa a
partito?”
-
E certe volte, quand’egli era girato da un’altra parte, si davan
di gomito e ridacchiavano con le bocche sdentate.
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“ Quel fanfarone “ mormoravano “ si vantava tanto del figlio. Tò,
piglia su.”
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E facevano un gesto volgare.
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Un giorno scoppia la bomba: Socrate ha aperto una scuola per
conto proprio.
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Lo scandalo fu grande.
-
“ Quale impudenza!” dicevano alcuni.
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E altri:
- “ All’anima dello sfacciato. Dichiara egli stesso di non
sapere niente e pretende persino di tener cattedra”.
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Qualcuno scuoteva il capo.
- “ Dove siamo arrivati. Oggigiorno montano in cattedra
persino quelli che confessano di nulla sapere.”
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“ Ma io vorrei sapere che cosa insegna, se non sa niente”
osservava qualche altro.
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Più d’uno cercò d’informarsi e tornò strabiliato.
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“ Pare “ disse “ che insegni l’unica cosa che sa: di nulla
sapere.”
- “ Ma questo l’ho so insegnare anch’io” dicevano gli altri. “
E non c’è bisogno di andare a scuola per impararlo.”
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“Anzi, è una cosa che si impara meglio non andando a scuola, che
andandoci.”
- “ E poi cosa interessa agli altri questa nozione? Sono
affari suoi. Quando uno ha imparato che Socrate non sa nulla,
s’è fatta una bella cultura. Alla larga. Io, i miei ragazzi non
li manderei mai a studiare da Socrate.”
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Non vi dico poi quel che avvenne quando si seppe che Socrate era
stato incluso in una terna per le nuove nomine all’Accademia di
Atene e che aveva buone probabilità di essere eletto.
- “ Bè, sentite, “ dicevano tutti “finora accoglievano delle
nullità, ma adesso addirittura gli ignoranti. Addirittura quelli
che confessano d’essere ignoranti, che , anzi, lo proclamano e
se ne fanno un vanto.”
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Incoraggiati, i genitori cominciarono a dire:
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“ E’ inutile mandare i ragazzi a scuola. Un ragazzo disse in
famiglia:
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“ Io ho studiato, so molte cose.”
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E i genitori:
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“ Non ti far sentire. Vuoi essere bocciato?”
- E a un ospite che si trovava presente alla scena e che, non
avendo capito, domandava: “ Che cosa ha detto?” risposero per
minimizzare:
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“Niente, niente, ha scherzato”.
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Perché ormai Socrate s’era fatta una posizione. Era diventato
un’autorità in materia d’insegnamento. Tutti andavano alla sua
scuola. E non i primi venuti. Nomi grossi come case: Platone,
uno dei più grandi pensatori dell’antichità, Senofonte. Persino
il nobile Alcibiade.
- “ E una scuola comoda, “ dicevano tutti “ si ha un titolo di
studio con poca fatica. Basta sapere che non si sa niente.”
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Questo, tutti lo imparavano presto. E poi c’era quella storia
che Socrate faceva le lezioni passeggiando. Il che allettava
molti.
- “ Non c’è nemmeno la noia di stare in classe, “ dicevano “
si va a spasso e si deve imparare che non sappiamo niente.”
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Era la scuola ideale.
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Poi con la scusa di far lezione, Socrate si presentava con tutta
la scolaresca in case private, magari all’ora di pranzo. E
talvolta perfino in certe case che… Lasciamo andare. Insomma, un
carnevaletto. E la gente mormorava.
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- Anche gli scolari non
avevano buona fama. Di Alcibiade si raccontavano cose assai
gravi. Platone era considerato una specie di collegiale
vizioso e di lui la gente diceva: “ Se non si corregge,
finirà male.”
- Intanto Socrate continuava la
trionfale carriera di pensatore, filosofo, insegnante e
polemista, sempre basata sul punto fondamentale della sua
teoria; cioè, saper egli una cosa soltanto: di nulla sapere.
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Come sempre accade, cominciarono le invidie dei concorrenti.
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C’era un altro filosofo, Pirrone, lo scettico, al quale il
successo di Socrate non andava proprio giù. Costui, nemico
dichiarato della gloria, cercava il punto debole per colpire il
collega. Ma come colpirlo nelle sue teorie, se Socrate
professava di nulla sapere? Trattarlo da ignorante? Smascherarlo
come tale? Egli per primo si proclamava ignorante e questo
insegnava. Era riuscito a trasformare l’ignoranza in materia
d’insegnamento. Un furbo di tre cotte. Stava in una botte di
ferro, con gran rabbia dei colleghi. D’altro canto Pirrone era
andicappato anche dalle proprie teorie. Egli professava il
principio secondo cui dobbiamo dubitare di tutto. Come poteva
applicarlo alle teorie socratiche senza implicitamente fare un
elogio del rivale? Difatti avrebbe dovuto mettere in dubbio il
fatto che Socrate non sapesse nulla.
-
Ma finalmente, pensa e ripensa, Pirrone ebbe il lampo di genio.
Affrontò Socrate.
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“ Tu “ gli disse “ sostieni che sai una cosa sola: di nulla
sapere.”
-
“ Precisamente.”
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“ Ma, se non sai nulla, non sai nemmeno questa cosa.”
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Socrate rimase tramortito. Era vero. Non sapeva nemmeno
questo. Ma questo lo sapeva. Allora non era vero che non sapesse
nulla. Tutto l’edifizio della sua cultura scricchiolava. L’unica
sua nozione andava a farsi benedire.
-
Forse avrebbe dovuto così modificare la propria sentenza: “
Noi sappiamo una cosa sola: di sapere soltanto questa cosa.”
-
Ma gli avrebbero domandato:
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“ Quale cosa?”
-
“ Di sapere una cosa sola.”
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“ Ma quale?”
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“ Questa.”
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E nessuno avrebbe capito niente. Del resto, altro è dire che non
si sa nulla e altro che si sa una cosa soltanto. Questa unica
cosa guasta tutto.
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Andò a finire che lo misero sotto inchiesta. Fu il crollo del
mito.
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“ Ben fatto” dissero molti “era riuscito per tanti anni a darla
a bere.”
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Lo condannarono a bere la cicuta.
- Socrate morì sereno com’era
vissuto. E più che mai convinto di sapere una cosa sola: che
sapeva soltanto questa cosa.
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Volavano le nottole intorno al Partenone.
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SOCRATE E SANTIPPE
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Arrivato
Socrate all’età di prender moglie, i parenti misero gli occhi su
Santippe, una brava ragazza un po’ nervosa ma lavoratrice.
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“ Potrebbe essere un buon partito per te” dicevano al
giovanotto. “ E’ energica. Ci vuole una donna di questo tipo per
uno che sta sempre con la testa fra le nuvole.”
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Tanto fecero che Socrate la sposò.
- I guai cominciarono poco dopo.
La moglie era nervosa ma non le si poteva dar torto con un
marito simile, che stava tutto il giorno in giro a far
chiacchiere, perfino con le donnicciuole al mercato; che
rifiutava sistematicamente qualunque compenso per le lezioni
degli allievi; e che perfino frequentava certe donne tutt’altro
che austere, con la scusa della filosofia.
- Ma la disgrazia di Socrate, nei rapporti coniugali, o meglio
il suo punto debole e la sua colpa veramente imperdonabile, era
quella di avere sempre ragione. Questa è una cosa che nessuna
donna perdonerà mai al marito. Figurarsi a un marito come
Socrate, che era un ragionatore formidabile. Santippe non la
spuntava con lui quanto a ragionamenti. Il marito la metteva con
le spalle al muro mediante la potenza della propria dialettica.
Allora lei, furiosa, gli tirava qualcosa in testa.
-
I sofismi del marito le urtavano terribilmente i nervi. E volete
darle torto? Dover vivere con uno che ha sempre ragione. A
sentir lui. E in realtà ha proprio ragione. Non si riesce a
trovarlo in contraddizione. Ragionamenti che filano in modo
ferreo.
-
Il bello è, poi, che Santippe, malgrado i ragionamenti del
marito che non facevano una grinza, era convintissima d’aver
sempre ragione lei. E sosteneva a spada tratta, contro ogni
logica, che quel formidabile ragionatore si sbagliava e che
aveva ragione lei. E in un certo senso, dal suo punto di vista,
a modo suo, la cosa era vera.
-
Bisogna anche dire, però, che Socrate con tutti riusciva a
ragionare meno che con la moglie.
-
Riusciva a mettere con le spalle al muro fior di dialettici. Con
la moglie, niente da fare. Santippe lo disorientava, aveva un
modo di ragionare assurdo, delle uscite del tutto illogiche. A
Scocrate, quando discuteva con lei, pareva di batter la testa
contro una muraglia. Perché Santippe, di fronte a un ferreo
sillogismo del marito, non s’arrendeva; e nemmeno opponeva un
argomento per absurdum, o una conclusione per
eliminazione, o un dilemma cornuto, o un sofisma o un
sillogismo, o un filosofema; né procedeva per deduzioni o
induzioni; ma era capace di opporre questa sola parola, a cui
pretendeva di dare il valore d’ un’argomentazione:
-
“ Delinquente!”
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Oppure:
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“ Canaglia!”
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Il fatto è che costei, ignorando che i ragionamenti di Socrate
erano sofismi e sillogismi, e sentendosi mettere con le spalle
al muro senza trovare cosa rispondere, riteneva questa una vera
sopraffazione, una mascalzonata. Ciò che addirittura la
imbestialiva e le faceva veder rosso, era quel procedere per
induzioni, proprio dell’argomentare socratico. In questi casi la
donna si trovava all’improvviso di fronte a una conclusione che
era proprio l’opposto di quella a cui lei credeva di arrivare.
La conclusione, Socrate aveva l’abilità di tirargliela fuori
dalla sua stessa bocca, senza che ella si accorgesse dove andava
a parare. E questo le pareva una specie di gioco di prestigio
con un trucco sleale. Le pareva d’essere imbrogliata. E allora
si scatenava con quanto le capitava sottomano.
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In generale, per andar d’accordo con le donne – specie con un
tipo come Santippe – il segreto e d’aver torto. Perché chi ha
ragione non urla, non scaraventa oggetti, ma lascia che la
ragione s’imponga da se. E così si regolava Socrate. Ci
scherzate, invece, coi risultati che ottiene uno il quale,
sapendo di aver torto e non potendo ricorrere ad altri
argomenti, scaraventa oggetti in terra, urla, minaccia, poi
sbatacchia la porta e se ne va? Rispettatissimo. Temutissimo.
-
Una cosa simile Socrate non l’avrebbe mai fatta. Perché tra
l’altro la considerava inutile – e in questo sbagliava – sapendo
di aver
ragione.
- Un’altra cosa che urtava maledettamente i nervi a Santippe
era che Socrate, ogni volta che un fatto andava a rovescio o
capitava una disgrazia, osservava per prima cosa: “Io l’avevo
detto.”
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Ed era la verità. Il raziocinio del grande ragionatore gli
faceva prevedere in anticipo le conseguenze di qualsiasi fatto,
in modo infallibile. Ma Santippe, invece di ammirare l’intuito
del marito, com’egli avrebbe avuto il diritto di aspettarsi e
come s’aspettava, lo riteneva semplicemente uno iettatore e
spesso glielo diceva, facendo risalire a lui la causa dei
disastri per il solo fatto ch’egli li aveva
preveduti.
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Né a dire che ella facesse tesoro della lungimiranza maritale
per evitare errori e guai. Al contrario, quando Socrate diceva:
“Bada che, se fai la tal cosa, succederà questo”, oppure: “ Temo
che stia per capitare questo e questo” o: “ Vedrai che andrà a
finire così”, la brava donna faceva gli scongiuri.
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C’era ancora una disgrazia per Socrate, come marito. Ed era di
non essere affatto nervoso.
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Santippe invece era nervosa e perciò nei litigi lo subissava con
urli, strepiti e lancio di suppellettili. Tutte cose di cui
Socrate, a causa della sua abituale filosofica calma, era
assolutamente incapace.
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E a, colmar la misura dei guai di Socrate nei riguardi della
moglie, c’era anche questo: che, come tutti gli uomini di
pensiero, i ragionatori, gli introispezionatori, egli era pieno
di scrupoli e di dubbi e sempre incline a sentirsi in difetto e
in colpa. Il che, di fronte alle donne, è uno dei peggiori punti
deboli.
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Con tutto questo credo di aver dato un quadro abbastanza
completo delle principali ragioni per cui Santippe aveva la
massima disistima per l’illustre marito.
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MORTE DI SOCRATE
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Nella
mattina grigia e confusa, Santippe stava seduta, col volto sulla
tavola nascosto nel braccio, come se dormisse; si vedeva
soltanto la testa grigia, scarmigliata. La casa era tutta in
disordine. Intorno a Santippe stavano sedute le amiche immobili
e ogni tanto qualcuna sospirava.
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“ Povera donna!” mormorò una. “ Non ha tutti i torti. Ma è
questo il modo di regolarsi, per un padre di famiglia?”
-
“ Con quei quattro scamiciati attorno, “ fece un’altra a bassa
voce “si doveva capire che sarebbe finita così.”
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Una delle amiche si avvicinò a Santippe, le mise una mano sui
cernecchi grigi.
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“Prendi qualcosa,” disse affettuosa “una tazza di brodo. Devi
sostenerti.”
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Santippe non si mosse, come se non avesse udito.
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“Povera disgraziata,” riprese la donna che aveva parlato prima
“glielo dicevano i suoi, di non sposarlo. Che era un pazzo. Che
era senza cuore.”
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Entrò trafelato un uomo.
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“Non fa atto di sottomissione” ansò. “Me l’ha detto il
carceriere”.
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“ Disgraziato!” esclamò una delle donne. “Ma allora la moglie,
i figli non contano niente. Vuol fare la bella morte. Vuol
passare alla storia. E li lascia così.”
-
“ E’ stato sempre un egoista” mormorò l’altra.
-
Santippe alzò il capo.
-
“Lasciatemi sola, vi prego” disse. “Lasciatemi sola.”
-
“Ma non puoi restare così,” fece una delle amiche “devi
reagire, farti una ragione.”
-
Entrò di corsa un giovinetto, con un’espressione disperata.
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“Rifiuta di fuggire” disse. “ E’ tutto pronto, organizzato.
Abbiamo il guardiano con noi. Niente. Non vuol saperne.” Si
volse a Santippe: “Glielo dica lei”.
-
Santippe fissava il vuoto, immobile come la statua del furore
concentrato.
-
“Io?” disse “ E che gli importa di me? Di noi? Lo conoscete,
no? Ostinato peggio di un mulo. Quando si mette una cosa in
testa non gliela leva nessuno. Ora s’è messo in testa di morire
per farmi dispetto e, a costo di crepare, crepa.”
-
“Dice che non vuole andare contro le
leggi.”
-
“ E già, le leggi. Per lui tutto viene prima di me. Questo per
non andare contro le leggi, quest’altro per non far torto ai
concittadini, questo per gli Dei, questo per la voce della
coscienza. Me per me niente.”
-
“E’ stato sempre un grande egoista” bisbigliò la vecchia che
aveva già parlato.
-
Santippe asciugò le lagrime.
-
“Non è cattivo” disse “io lo conosco. E’ così. Qualche cosa
non funziona nel suo cervello. Anche per questo lo sposai.
Volevo aiutarlo, sostenerlo. Mi illudevo che ci si riuscisse. Mi
faceva anche pena.”
-
“Ma non merita” esclamò con sdegno l’amica grassa e placida.
“Guarda come t’ha lasciato. Si preoccupa forse di voi? Di te?
Come se non esisteste. Non gli importa di darvi questo dolore.”
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Entrò un uomo e tutti gli sguardi si volsero ansiosi verso di
lui.
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“Che fa? “ domandò una delle amiche.
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Il nuovo venuto aprì le braccia.
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“Niente” disse. “Per quel che sono riuscito a sapere,
chiacchiera. Ha chiacchierato tutto il giorno, come niente
fosse, con quei fannulloni.”
-
“E’ il colmo, sentite” disse indignata la grassa.
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“Incosciente” replicò la vecchietta. “ Ma non si rende conto?”
-
L’uomo alzò gli occhi al cielo.
-
“Sì, si rende conto.”
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“Ma si vede che non gli importa” fece la grassa con la sua voce
d’oboe, tra una sorsata di brodo e l’altra.
-
“Forse è convinto che all’ultimo momento gli faranno la grazia”
disse un’altra.
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“Bisogna esser pazzi per sperare una cosa simile” osservò con
severità la grassa, posando con soddisfazione la tazza vuota sul
tavolo. “ Dopo che non ha dato il minimo segno di risipiscenza,
di pentimento.”
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“Ma no, ma no, “ fece Santippe “è in buona fede. Io lo conosco.”
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Fissò il vuoto.
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“Disgraziato” mormorò come parlando a se stessa.
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“Se fosse qui gliene darei tante. Non c’è altro mezzo, con lui,
per ricondurlo alla ragione.”
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Si asciugò il volto rigato di lagrime, mandò indietro i
cernecchi grigi.
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“Non mi ha fatto avere un’ora di bene,” riprese, con lo sguardo
nel vuoto, “ un’ora di tranquillità. Sempre in pena. Che farà?
Dove starà’? Con quei fannulloni. Ad attaccar briga in giro.
Alla guerra. A zonzo. Si presentava a casa con questo o con
quello. Ogni tanto mi portava un nuovo affamato. Certe volte, al
momento di metterci a tavola, si presentava con una turba di
affamati. E adesso mi doveva dare anche questo dolore. Anche la
cicuta. Tutte me le ha fatte. E io, lo giuro sui miei figli, non
gli ho fatto un torto.”
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“Che dici?” fecero le amiche. “Lo sappiamo, lo sanno tutti che
sei la moglie ideale.”
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“Quel disgraziato! Si fa condannare anche alla cicuta. Dovevo
immaginarlo che sarebbe finita così.”
-
“E poi, la storia di Aspasia. Lasciamo andare!”
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