UN GIORNO A VENEZIA
 MINI ROMANZO ULTRARAPIDO A SFONDO POETICO-EROTICO
di
 Ivan Chibioli
L’ultima volta che andai a Venezia fu tre anni fa.
In realtà ero partito per una visita alle ville venete, splendido documento della antica opulenza della Serenissima, ma, trovandomi là, ne approfittai per fare un salto a Venezia dove dimora un mio zio. E’ uno zio putativo, senza vincoli di sangue, cioè. Mia nonna, infatti, all’epoca del Fascio, lo prese da un orfanotrofio per racimolare il contributo che il Regìme elargiva alle famiglie che adottavano le creature abbandonate dalle loro madri. Non ho mai capito bene come funzionassero queste adozioni perché lui non porta il nostro cognome ma quello della madre naturale.
Da giovane era un fustaccio: alto, biondo, occhi cerulei; un po’ greve nei modi. Perennemente agitato, viveva per il gusto dello scherzo, ne combinava di tutti i colori e sembrava non avere mai pace. Uno svitato.
Io, bambino, ero affascinato da lui e dalle sue “gesta”. Di quelle “gesta” porto ancora qualche ricordo sotto forma di cicatrici distribuite in ogni parte del corpo: una al mento, regalo di uno zoccolo d’asino che lui stava cavalcando e che io tentavo di inseguire; una in mezzo alle sopracciglia, omaggio di una cannuccia conficcatasi mentre lo accompagnavo a rubare le ciliegie; una al ginocchio: caduta dalla canna della bicicletta; una alla caviglia: chiodo conficcatosi in un altalena rudimentale che lui aveva preparato….
Insomma tutte tracce di ferite valorosamente guadagnate sul campo…
Giovanissimo, finito il militare, dove era stato accompagnato dai carabinieri perché renitente, lasciò famiglia, amici e parenti, per seguire il suo istinto irrequieto che lo portò  errabondo per ogni angolo della terra. Per lunghi periodo non dava segno di sé. Poi, all’improvviso, arrivava una cartolina dagli angoli più disparati del mondo e noi in famiglia prendevamo atto che era vivo.
“Un artista non può avere confini” diceva quando i miei gli contestavano questa sua vita vagabonda. Finché, ormai maturo d’età, trovò pace a Venezia dove, anni fa, aprì una “bottega”, come la chiama lui, di antiquariato.
Filippo Lamezia, questo il suo nome, ma per tutti è Pippo, un eccentrico signore, ormai argentato, che oggi per vivere fa, appunto, l’antiquario.
 
E’ sposato con zia Ploppe, originale e distaccata inglese, che lui scovò da qualche parte nelle sue peripezie, fino poi a sposarla e trascinarla nella città dei Dogi. Una parente acquisita, dunque.
Debbo dire che di un certo stereotipo femminile inglese, io non credevo che potessero esistere gli originali. Questa mia zia, invece, sembra uscita, pari pari, da questo stampo.
Un’aria assente, quasi indifferente, sui tratti algidi anglosassoni, sembra conferirle un tono quasi di sussiego quando si rivolge all’interlocutore. Il tutto accentuato dalla cadenza tipicamente inglese che a me ricorda Stanlio. Intimamente convinta romantica, non ho mai capito che ci ha trovato in un soggetto come mio zio che, caratterialmente, è agli antipodi.
Lei, forse, lo sposò più perché innamorata di Venezia che di lui.
Riempie le sue giornate accudendo la casa, curando la biblioteca e martoriando il personale di servizio. E sparlando regolarmente del suo vicino di casa, tale Iani Iblòvich, un serbo o croato, non so, comunque uno slavo, enormemente ricco. Odia, ha sempre detto, quest’arricchito dai modi villani, un ignorante;  un intruso a Venezia, per lei, insediatosi lì solo per i suoi soldi.
 Il “ménage” con mio zio, in apparenza, sembrava funzionare.
In apparenza.
Perché questo mio congiunto si ritiene, bontà sua, anche un poeta. In realtà è uno che zappa i poemi più che leggerli e gustarli.
Contrariamente alle aspettative della romantica donna inglese sua moglie, egli infatti, oltre che sempre un po’ svitato, come già detto, è uomo ordinario di animo e di modi, e spesso scade nel volgare.
E inveisce contro quella pallida creatura perché, a dire di lui, rimane frigida sia nei suoi slanci poetici sia in quelli amorosi.
Sarà per questo, quindi, che il fedifrago ha un’amante veneta, tale Monta Pelipia, con la quale condivide un pied-a-terre in cui spesso si appartano. Con lei finalmente, egli può esprimere tutta al sua vena poetica.
O, almeno, prova ad esprimere.
Perché, inevitabilmente, l’approccio poetico va a finire in prosa.
Nell’ultimo incontro ( questa me l’ha raccontata lui di persona) è successo il patatrac.
Essa, infatti, popolana dai modi spicci, come tutte le altre volte, mentre lui declamava, per un po’ fece la svenevole; poi , accalorata e  senza mezzi termini, gli saltò addosso e:…
-           Pappami Pepi,…( vezzeggiativo veneziano con cui lo chiama nell’intimità….).
 E lui di rimando, fingendo sorpresa e indignazione:
-    Ma possibile che non sai apprezzare un po’ di poesia? Sempre  li zompi!… E la peppa!…  e…    ahiaa!… Attenta alla zip Pelì!!…’a pompa!!…. tradendo la sua origine.
Ma incurante di ogni forma di riservatezza e di pudore, in un crescendo ansioso, lei squittisce :
-     zappami Pepi!
E così, inevitabilmente, invece di trovarsi a declamare poesie, il  congiunto si ritrova a combattere con un ossessa fra un turbinio di gridolini e di sospiri ansimanti. Poi,… 
-         Ahi!… Alzati, Pippo! grida improvvisamente lei sentendo un dolore in un gluteo.
Purtroppo, inavvertitamente, lui l’aveva graffiata con un grosso e antiquato anello tutto lavorato, che di solito toglieva, ma che adesso, nella foga di lei, era rimasto al dito.
-         Ti xè peggio de zio Palipempa!… òstrega…ciò! non son mica una martire, ciò!
A quel nome, Pippo  sobbalzò:
-         E chi sarebbe ora ‘sto zio Palipempa?!
Monta Pelipia capì d’essersi tradita. Ma si mostrò indifferente.
-         Niente, niente… l’è un modo de dir…chi vol che sia, ciò? L’è come si t’avesi deto “ti xè pegio de un demonio” ecco…ciò…
 
Ma la frittata oramai era fatta. Pippo s’incupì.
In un attimo, per la prima volta, capì a chi aveva dedicato tutti i suoi versi e i suoi aneliti.
-         Bifolca!– proruppe – Tu! Tu!….A te ho dedicato i più bei versi….e tu…….
Riprese fiato,…. e:
-         Putana!  Ecco cosa ti xè!! Putana! ( …ogni tanto parlava veneto pure lui… )
-         E ti xè… scemo e pippa! ciò!
Pippo senti montare una collera sorda. Ma non replicò.
 Raccolse le sue cose e con gesto teatrale, aperta la porta, uscì sbattendola violentemente alle sue spalle.
Arrivò un’eco lontana dal corridoio: - Putana!….
 Scendeva la notte su Venezia.
Si avviò per i calli e per i rii  verso casa, dove la  paziente, britannica zia Ploppe, lo aspettava.
 
La quale zia Ploppe, la pallida, eterea, esangue e malinconica zia Ploppe, abituata, ed ormai  rassegnata,  a queste frequenti escursione notturne  del marito, mai avrebbe immaginato di vederselo rientrare così in anticipo.
Ne fu talmente sorpresa che il cuore cominciò a batterle all’impazzata!
-         Pippo! Pippo!! Così presto?! – pensò – E come mai?! Non l’avrei mai immaginato… e chi se l’aspettava?! Che sorpresa…
E rimase così, seduta sul letto, sorpresa ed attonita, a bocca aperta , quando lui aprì la porta della camera.
-         Che c’iai da guardamme? – fece lui  mentre si toglieva la giacca – ché uno non è padrone di  rientrare quando vuole? E che hai visto il diavolo che stai con quella bocca spalancata?!
 
Fu allora che il diavolo fece capolino. Nella semioscurità, dalle lenzuola spuntò una mezza testa nera e ricciuta a cui seguirono due occhi altrettanto neri, e sbarrati.
Era Iani Iblovich. 
 
Vorrei risparmiarvi la scena che ne seguì. Ma, dal momento che mi sono imbarcato in questa storia, non posso esimermi.
 
Lui trascese di brutto. Anzi, dire che diede in escandescenze è riduttivo. Mulinando le braccia, sbatacchiando tutto quello che gli capitava fra le mani, cominciò a urlare i peggiori epiteti verso quella eterea figura. Basti dire che l’insulto più lieve era: meretrice. Infatti, come inizio, usò tutti i sinonimi più in voga  riferiti a ” donna di poca creanza”, poi oltrepassò ogni misura sproloquiando verso di lei ogni sorta di offesa. Senza tralasciare sia i di lei defunti che i vivi.
Andò avanti per un bel po’, senza riuscire a controllare quella fiumana, e senza l’intenzione di farlo, finché….
-         Bastaaaaaaa!!!!!!! – Strillò l’eterea, l’algida donna inglese, schizzando fuori dalle lenzuola e impettendosi, coperta solo di una trasparente sottoveste, davanti a lui.
 
Fu talmente fulminea e veemente la mossa che lui rimase impietrito. Prima ancora che potesse riprendersi, lei lo investì come un’ondata che gli soffocò in gola ogni tentativo di replica.
 
-         Brutto cretino che non sei altro! Cosa credi?! Cosa credi, che a me faccia piacere tutto questo?! – e indirizzò il braccio verso il letto – Brutto stupido!! Cosa credi, che io possa mandare avanti questa casa con quei quattro pezzi di legno che vendi?! E chi me li dà i soldi?  Dì,… chi me li dà i soldi?…Lui!! Ecco chi me li dà! Cosa pensi, che tu puoi andartene a sciare o in vacanza con quei mobilucci che non vendi? Con quali soldi ci vai?… Con quelli suoi!! E i miei vestiti? I tuoi vestiti? Deficiente, con quali soldi pensi che si comprano? Con i soldi di lui! E le tue fatture? Le tue fatture chi le paga eh?… Lui!
 
Stordito, Pippo non trovò la forza di ribattere. Gli argomenti lo avevano talmente intontito che si senti sprofondare;  avvertì solo lo spiffero d’aria che entrava dalla finestra sbatacchiata da lui e che era rimasta semiaperta. Sentì un tremore.
Fu allora che notò lo slavo che, durante la buriana della donna, quasi rincuorato, si era rizzato un po’ dalle lenzuola scoprendo il busto.
Pippo, d’impeto, gli andò incontro e prendendo il lenzuolo glielo tirò su verso il collo, quasi preoccupato:
- Ahò, a Iani, ma che sei matto?! Che stai a fa?! Coprite, fijetto caro, coprite che te raffreddi; e si t’ammali tu qua semo rovinati!
FINE
 

 

www.agentigant.com