di
Cesare Marchi
 
 Per me il vino, prima ancora che una bevanda, è un sentimento. Mi piace parlarne. Quando ne parlo è come se lo bevessi. Nella centrale elettrica del cervello la parola vino fa scattare un contatto fra la cabina del Logos e quella dei cinque sensi, e subito l’occhio vede camion colmi d’uva scaricarla in sofisticate macchine pigiatrici. E senza aspettare i giorni regolamentari per la fermentazione ( ecco il vantaggio della fantasia sulla realtà ), dopo un attimo quel mosto viene sublimato in vino, depositato nelle botti ( l’unico carcere che suole migliorare il prigioniero ), poi messo nelle bottiglie, distribuito nei negozi, acquistato dai clienti, servito in tavola, assaggiato, e a questo punto lo sento sotto il naso, questo vino immaginario, ne aspiro il profumo, poi la lingua lo preme avida contro il palato, col suo gusto e retrogusto. Così deglutisco un pensiero, ingoio una visione.
Chissà perché, l’acqua non mi dà alcuna eccitazione fantastica, l’elettroencefalogramma resta piatto. San Francesco la chiamò sorella. Per me il vino è un fratello, l’acqua una lontana parente, con cui intrattengo rapporti esclusivamente igienico-sanitari. La mia educazione veneto-cattolica mi ha fatto incontrare il vino quando, chierichetto, imitavo il sagrestano che si scolava di nascosto le ampolle di vin santo.
Da millenni festeggiamo col vino una nascita, una laurea, la conclusione di un affare.
Al varo d’una nave, la madrina non lancia contro la fiancata una “mezza minerale”. Anche se gasata, la nave farebbe poca strada. Tuttavia si è scatenata contro il vino una campagna, commercialmente masochista, che lo paragona alla droga. Qualcuno addirittura afferma che è peggiore della droga, ma io non ho mai visto un vecchietto scippare una donna o rubare un’autoradio per andare all’osteria a farsi un quartino. Certo, nel bere tutto dipende dalla misura, che è poi la misura del fegato. Il giusto, come sempre, sta nel mezzo. Nel caso nostro, il mezzo litro, quantità accettabile nell’arco d’una giornata. Anche il benefico sole, preso incautamente, ci ustiona la pelle: non per questo chiediamo l’abolizione del sole.
Quando alle nozze di Cana Maria disse: “Vinum non habent”, Gesù non rispose “Cara, devono accontentarsi dell’acqua, non vorrei passare per un baccodipendente”, ma convertì l’acqua in vino. Durante l’ultima cena tramutò il vino nel suo sangue.
Il vino alimento, il vino sentimento, il vino sacramento: quale altra bevanda può vantare un’eguale apoteosi?
 
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….e, se mi è permessa una nota come copista, aggiungerei che il vino è stata la bevanda delle grandi civiltà: greci e romani lo definirono “Ambrosia”, ossia: nettare degli dei…..
 
                                                                                                Ivan Chibioli


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