La
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05 Novembre 2006 |
Dal messaggino alla scritturina
E pensare che c’era la Parola
COMUNICARE, OGGI
Mina
«NL 1/2 dl cmn d ns vt m rtrovai x 1 slva oscra ké l drxa via era smaxta».
La preconoscenza di ciò che leggiamo ci porterebbe a comprendere facilmente
un Dante così massacrato. M se dvexi esprmr cncexi bn + cmplxi e nn ancr
detti, l cmnczione rslterebbe imxpfta e preclsa x tti. Cs 3mnda! E cioè: ma
se dovessi esprimere concetti ben più complessi e non ancora detti, la
comunicazione risulterebbe imperfetta e preclusa per tutti. Cosa tremenda!
Questo potrebbe essere il risultato se anche nella terra del «bello stile»,
della lingua superba, nobile, zuccherina e aspra, che ci assicura ancora un
briciolo di quella autorità che stiamo perdendo per strada, si applicassero
le disposizioni recentemente emesse in Gran Bretagna. L’Examination Board di
Oxford e Cambridge e la Scottish Qualifications Authority, che
sovraintendono agli esami scolastici del Regno Unito, comunicano che si deve
tener conto del contenuto dei testi, prescindendo dalla forma, che può
essere espressa anche mediante il ricorso alle sigle degli sms. L’ipercontrazione
usata nella comunicazione quotidiana arriva nella scuola che decide di
abbassare la soglia, fino ad accettare anche il codice linguistico degli sms.
Sempre più verso il basso, verso i diminutivi, verso il trionfo dell’«ino»:
il linguaggio del messaggino da telefonino assurge a possibile modellino di
scritturina.
Non amo la prepotenza dell’informatica e della tecnologia, quando da puri
strumenti si trasformano in «forma mentis», in logica abbreviata e
semplificata. Ma non si può non notare che la costruzione del pensiero si va
ormai depauperando in un codice banale e banalizzante, che rinuncia alle
sfumature, si va perdendo nei segni contratti che impediscono l’uso
dell’intelligenza che è tale solo se è fatta di comprensione capace di
modulare. La contrazione della comunicazione è forma che esprime un pensiero
ormai parcellizzato, cioè regredito a emozione. Che poi è spesso il modo di
comunicare prevalente in tv, urlato come da bestie nella savana,
semplicistico e sovrapposto, espressione di una ragione qualunquista e
frutto di percezioni solo emotive.
E poi, grave, si legge quasi solo per necessità. E se si legge una pagina,
magari su Internet, non c’è tempo da dedicare al tempo. Non ci si sofferma
su assonanze o figure retoriche. Finezze per arcaici! Eppure le parole hanno
un suono, un sapore, persino un’anima. Massacrandole, si elementarizza il
pensiero, si intoppa l’incremento di civiltà. A meno di risolvere tutto,
togliendo una volta per sempre la qualificazione di «sapiens» alla nostra
specie.
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