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TALENTO
ECCO UNA PAROLA CHE HA SAPUTO FAR MOLTA STRADA.
OGGI, QUANDO DICIAMO TALENTO PENSIAMO A QUALCOSA CHE PUO' CORRISPONDERE, DI
VOLTA IN VOLTA, AD "ABILITA'", "INGEGNO", "PARTICOLARE INCLINAZIONE, E PERFINO A
"VOGLIA".
Un uomo di talento é un uomo dall'ingegno sveglio, che "ci sa fare", come
comunemente si dice; una cosa che non va a talento é una cosa che non va a
genio, che non piace.
Da talento é nata la forma accrescitiva talentone, riferito a persona in gamba,
a persona furba: "sei un bel talentone!"; e spesso ci si sente la beffa se non
addirittura lo scherno.
Ed é nato anche un verbo, talentare, andare a talento, piacere, garbare: "Quel
tale non mi talenta", non mi piace affatto.
Bene: e ora dobbiamo pensare che in origine questo talento non era altro che una
bilancia.
Era greco, e presso i Greci la bilancia si chiamava appunto tàlanton; poi
tàlanton, come spesso accade nelle parole, prese un significato estensivo e
indicò anche il peso che si metteva sulla bilancia, e poi quello della maggior
misura di peso, mezzo quintale circa, variabile alquanto secondo i luoghi e i
tempi.
Dall'idea di peso si fece col tempo un altro passo innanzi, e tàlanton venne un
giorno a indicare l'oggetto pesato, e poi la maggior moneta pesata, per il fatto
che in antico il valore delle monete era fondato sul peso effettivo del metallo.
Il tàlanton greco era d'oro e d' argento e assumeva valori diversi nei diversi
Stati della Grecia; il talento attico, per esempio, che é quello comunemente
citato dagli scrittori classici, era d'argento, e valeva, così all'ingrosso,
circa 3 euro in oro (seimila delle vecchie lire italiane).
Una volta raggiunto questo significato monetario, il talento sembrò pago.
Ma fu solo per qualche secolo; fino a quando cioé, essendosi diffusa tra le
genti una delle più esemplari parabole del Vangelo, quella appunto detta "dei
talenti", la moneta pensò di valersene.
La parabola dei talenti é nel Vangelo di Marco (XXV, 14-30) e dice: <<Avverrà
come d'un uomo il quale sul punto di mettersi in viaggio chiamò i suoi servi e
consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un
terzo uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e poi partì>>.
Si sa come andò a finire: i primi due servi seppero far fruttare i talenti loro
consegnati, mentre il terzo, timoroso e disutile, se lo tenne in tasca e non
seppe trarne nessun frutto.
E il padrone, tornato, lodò e beneficò i primi due, mentre il terzo rimproverò e
privò anche dell'unico talento che gli aveva donato: <<perché a chi ha sarà dato
di più, ed egli sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quel poco
che ha>>.
E' chiaro che in questa parabola i talenti stanno a indicare i doni di Dio, i
quali si moltiplicheranno in coloro che sapranno farne buon uso, e rimarranno
invece sterili in coloro che buon uso non sapranno farne.
Ma la parola talento ha anche, in questo racconto, il significato metaforico di
ingegno, capacità intellettuale, abilità e simili: quel significato, appunto,
con cui oggi comunemente la usiamo.
IN CONCLUSIONE, MEDITATE GENTE E PENSATE AL FUTURO.
Peppe Rapa
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