Un bel sollievo

CANCELLATO IL MITO DEL «VOLLI, VOLLI, FORTISSIMAMENTE VOLLI»:
L’OBBIETTIVO NON ERA COSTRINGERSI A STUDIARE
Alfieri legato alla sedia? Sì, ma per le donne
Giorgio Faletti
Clicca sull immagine per ingrandirla«Stavano i miei legami nascosti sotto il mantellone in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani, chiunque veniva a vedermi non s'accorgeva punto che io fossi attaccato alla seggiola. E in tante e sì diverse maniere mi aiutai, che alla fine pure scampai dal ricadere in quel baratro...». Vittorio Alfieri, in un documento presentato ad un convegno ad Asti, spiega così uno dei più celebri aneddoti della sua biografia: quel farsi legare alla sedia per costringersi a studiare riassunto dal motto «Volli, volli, fortissimamente volli».

LA VERITA’ Qual è il «baratro» di cui parla Alfieri? Lo spiega lui stesso: «Una nuova fiamma: una donna, distinta di nascita, ma di non troppo buon nome nel mondo galante, ed anche attempatetta».

ADESSO voglio solo sapere il nome della persona a cui devo fare causa. Sono nato e cresciuto nella ridente città di Asti, nutrito a bagna caoda e agnolotti e qualche bella scodella di fumante senso di colpa per la scomoda presenza di Vittorio Alfieri a fulgido esempio delle generazioni a venire. Non sono mai riuscito a percorrere il Corso Incriminato in macchina con mio padre senza che, passando davanti alla famosa quercia, il mio desolato genitore non lanciasse verso di me uno sguardo accusatore per il paragone che quell'albero rappresentava nei confronti delle mie miserabili quotazioni di studente svogliato. E adesso mi tocca scoprire che la frase di cui, il famoso motto che ha dato lustro per anni alla figura del poeta e che lo ha fatto aleggiare come uno spettro intellettuale fra le mura cittadine in realtà non è frutto di un afflato letterario ma di una semplice per quanto forte spinta ormonale? Che quell'uomo osannato dai critici si faceva legare alla famosa quercia non per costringersi a tuffare il naso nei libri ma per impedirsi di infilarlo nel reggiseno delle dame dell'epoca?
Ora che il tempo ha fatto giustizia e ha portato sull'acqua calma degli studi alfieriani una ventata di sana e onesta propensione al delirio dei sensi, possiamo aggiungere, con un gusto da graffitari, la parte mancante al famoso aforisma, che risulta essere, nel suo significato più sanguigno: «Volli, sempre volli, fortissimamente volli... trombare». È un poco riduttivo, come scoprire che, in realtà, Giulio Cesare cadde sotto le pugnalate dei congiurati e, vedendo suo figlio fra di loro, morì senza riuscire a pronunciare la frase per intero: «Tu quoque, brute fili mi...gnottae!».
Però, siamo onesti, è un bel sollievo. E onesti siamolo per intero. Al di fuori del quadro degli studiosi, noi comuni esseri umani, posti nella scomoda posizione di studenti prima e di posteri concittadini poi, abbiamo il coraggio di ammettere, con un bisbiglio da carbonari, che le tragedie del «Toju», pur nel loro valore antologico e letterario, sono una palla tremenda. Adesso, sapere che almeno l'uomo non lo era, rappresenta una bella rivalsa della rivista Playboy nei confronti del copione del Saul. Da parte mia ho una sola malinconia. Alla luce dei fatti emersi, vorrei poter percorre adesso il Corso Alfieri in macchina con mio padre. Passando davanti alla famosa quercia, pensando più che agli studi e al risultato conseguito a tutte le gonnelle che ho inseguito, chissà che luce d'orgoglio avrebbe negli occhi per me.

 
Nella casa torinese
di piazza San Carlo
il ventiseienne poeta
si consumava di passione
per una nuova fiamma


Reduce da disavventure
amorose all’Aja e Londra
non voleva più cedere
alla tentazione: di qui
la soluzione estrema


Carla Forno
UNO degli episodi più fortunati della biografia di Vittorio Alfieri lo vede intento a farsi legare alla seggiola dal servo. Al proposito, un'incisione ottocentesca a stampa, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, raffigura un gentiluomo in abito settecentesco, nell'atto di studiare, mentre il servo si impegna a legarlo. A questa bizzarra situazione, da alcuni biografi passata sotto silenzio, da altri interpretata come indizio di debolezza del poeta, ma per lo più, al contrario, come estremo atto della volontà, fu attribuita una ragione non corrispondente al vero, che segnò di una forte suggestione il rapporto «interpersonale» fra l'autore e generazioni di studenti. Alfieri venne così allontanato in una dimensione solitaria di martire della volontà, in una sorta di agiografia intellettuale del personaggio, amplificata dall'eco del «volli sempre volli».
Un luogo comune, entrato nell'immaginario popolare. Tra le interpretazioni più logore, emerse a margine del convegno che si è tenuto nei giorni scorsi ad Asti, organizzato dalla Fondazione «Centro di Studi Alfieriani», dal titolo «Del “cavare dalla tragedia la commedia”. L’Alfieri comico», c’è anche quella del poeta volontariamente legato alla seggiola per abnegazione e autodisciplina di studio. In realtà, le cose non andarono affatto così, come lo stesso autore racconta in alcune pagine di quell'affascinante romanzo, così cinematograficamente efficace, che è la Vita: non per incontenibile passione per lo studio il giovane Alfieri, che all'epoca aveva 26 anni, ricorse «più volte», come egli stesso rammenta, a questo gesto estremo, ma per amore, o meglio, per impedire a se stesso di «fuggir di casa» e ritornare nel «carcere» di una «arrabbiata passione» che, con «lacci» tenaci, da qualche anno lo teneva avvinto a sé.
Eccentrico e irriverente

Come andarono realmente le cose? Ecco il racconto dello stesso Alfieri: «Stavano i miei legami nascosti sotto il mantellone in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani per leggere, o scrivere, o picchiarmi la testa, chiunque veniva a vedermi non s'accorgeva punto che io fossi attaccato della persona alla seggiola. E così ci passava dell'ore non poche. \ Ed in tante e sì diverse maniere mi aiutai da codesti fierissimi assalti, che alla fine pure scampai dal ricadere in quel baratro». Teatro di questo celebre episodio era l'appartamento di piazza San Carlo, a Torino, quella «magnifica casa», affittata dal poeta per 2500 lire di Piemonte annue, dal 18 agosto 1772, di ritorno dai viaggi in carrozza, attraverso le strade polverose d'Europa, dalla Francia alla Germania, dai paesi del Nord alla Spagna.
Questo «giovin signore» eccentrico e irriverente, che tratteggiava una satira feroce della corte sabauda, travestendo i personaggi sulla scena di un grottesco Giudizio Universale; che percorreva al trotto a cavallo via Po e prendeva lezioni di cembalo e infruttuose lezioni di ballo, così lontano dall'immagine cristallizzata del poeta chiuso in un mondo di passioni tragiche, scolpite nella lingua ardua e nella geometria dei versi spezzati, aveva già amato, con violento trasporto: aveva alle spalle il cosiddetto «primo intoppo amoroso» all'Aja, detto «infausto morbo» (una malattia venerea), per una «gentil signorina, sposa da un anno», per la quale aveva tentato un maldestro suicidio, sventato dal solito servo, e una seconda violenta passione, consumata come «secondo fierissimo intoppo amoroso a Londra», fra teatri e rocambolesche cavalcate, duelli all'imbrunire con il marito dell'amante, a Green-Park, scandali giornalistici sulle gazzette inglesi e un conclusivo «disinganno orribile». Ma fu a Torino che egli incappò «nella terza rete amorosa».
La «terza ebbrezza»

In quella «magnifica casa», ammobiliata «con lusso e gusto e singolarità», dove il giovane conte, protagonista di un «mondo libertino» in cui molto è presente Casanova, autore di un diario giovanile in francese, unica lingua posseduta con il piemontese, prima di cimentarsi nella conquista dell'italiano, si imbattè «di bel nuovo in un tristo amore», che lo travagliò con «infinite angosce, vergogne e dolori». Questa «terza ebrezza d'amore», «veramente sconcia» e che «pur troppo lungamente anche durò», vide come «nuova fiamma una donna, distinta di nascita, ma di non troppo buon nome nel mondo galante, ed anche attempatetta: cioè maggiore di me di circa nove in dieci anni». Fu lei, Gabriella Falletti di Villafalletto, moglie di Giovanni Antonio Turinetti, marchese di Priero (dopo Cristina Emerentia Leiwe van Aduard nel 1768 in Olanda e Penelope Pitt moglie del visconte Esward Ligonier a Londra), la donna per la quale Vittorio Alfieri si faceva legare alla seggiola. Dopo una «passeggera amicizia», trovandosi «alloggiato di faccia a lei», la passione divampò violenta, tanto che «mi c'ingolfai sino agli occhi», al punto da ammettere: «Non vi fu più per me né divertimenti, né amici; perfino gli adorati cavalli furono da me trascurati».
A nulla valse tagliarsi la «lunga e ricca treccia» dei «rossissimi capelli», mandata poi a un amico, al fine di impedirsi di uscir di casa e mostrarsi in pubblico «così tosone, non essendo allora tollerato un tale assetto, fuorché ne' villani e marinai»: di qui, la «dura e risibile necessità» di farsi legare alla seggiola. In questa vicenda di umanissime passioni, erroneamente tramandata ad esempio di un esercizio strenuo di passione per lo studio, compare inoltre, accanto al giovane irrequieto e ai suoi tormentati amori, una figura solo apparentemente secondaria, alla quale non possiamo non accennare: quella del servo legatore, quel Giovanni Antonio Francesco Elia, il «fido», «fidato», «fidatissimo» Elia, improvvisamente scacciato dal servizio nel 1785, nato a Ferrere d'Asti nel 1730, protagonista dell'autobiografia di Alfieri: sorta di doppio dell'autore e suo modello ideale, personaggio bifronte, perché dotato di una realtà sia storica sia letteraria, nella Vita e nel carteggio del poeta, ma anche nei documenti, fra i quali le sue stesse lettere, durante i viaggi al seguito del padrone, lettere di un servo, miracolosamente salvatesi dagli oltraggi del tempo, e conservate presso l'Archivio della Fondazione Centro di Studi Alfieriani ad Asti.
Una natura contraddittoria

Cronista pungente, conoscitore delle lingue, cavallerizzo e cuoco di ottime zuppe di ortiche (delle quali, a quanto pare, Alfieri era ghiotto, come di cioccolata), medico degli «incommoducci» contratti dal giovane padrone per le sue intemperanze amorose, suonatore di violino durante le traversate dei mari ghiacciati del Nord, Elia compie da secoli il rito solenne e grottesco di legare a una seggiola il conte padrone. La sua figura enigmatica e autoritaria nel ribaltamento dei ruoli celebra, in realtà, un rito di ben diversa natura, pur nell'inusuale trionfo alfieriano della volontà, da non intendersi come momento di passiva accettazione di regole di comportamento, ma di conflittuale lotta di passioni.
La natura contraddittoria del poeta, in conflitto con se stesso e con il proprio tempo, capace di ironia e autoironia, intento a dar volto e voce con il suo teatro alle forti passioni, cercando risposte alle eterne domande senza risposta sulla vita e sulla morte, sull'amore, sul potere e sulla degenerazione del potere, è la cifra della sua modernità, in un'epoca di rivoluzioni fra due secoli, Settecento e Ottocento, e non solo: sono quelle domande e risposte declinate con riso amaro anche dall'Alfieri comico, a darci conferma dell'intensa passionalità e inquietudine dell'uomo Alfieri, in grado di provocare ancor oggi le nostre coscienze.
Direttore Fondazione
«Centro di Studi Alfieriani»

 
La Stampa
14 Maggio 2006
pag. 27